
Carissimi lettori e lettrici,
“Tutto è Energia”!
Mi riallaccio a questa affermazione di Einstein per introdurre il mio pensiero inerente luoghi speciali che emanano vibrazioni energetiche positive ed in cui si percepisce un’aura magica. Il mio paese natale, Erno (Veleso) può essere considerato uno di questi luoghi. Lì è nata, ad opera di Pietro Bolzani, nel 1797 l’arte della tessitura della rete metallica, proseguita da artigiani come mio padre Giuseppe Binda ed oggi presente con la ditta TTM Tacchi. L’antico e suggestivo borgo di Torno, che si affaccia sulle rive del lago di Como, pare avere raccolto questa Energia vibrazionale racchiusa nell’arte dell’intreccio grazie alla sensibilità del Presidente di “Via de Benzi 17” Agopik Manoukian e dei suoi collaboratori che hanno programmato una serie di incontri di artisti che intrecceranno le loro opere in un tessuto culturale interdisciplinare che toccherà le corde più profonde dell’animo umano. Ho avuto l’onore di chiudere questi incontri sabato 19 ottobre 2024, giorno in cui ho sviluppato la storia della rete metallica a Erno dal 1797 ad oggi. Durante quell’incontro ho cercato di trasmettere la mia energia attraverso i miei racconti e le mie poesie arricchite da alcuni miei dipinti in un’atmosfera densa di emozioni atte a stimolare la riflessione dei graditi ospiti.
IL PAESE DELLA TELA METALLICA
La prima esperienza dei telai per rete metallica sviluppatasi a Erno, piccolo paese del Comune di Veleso, nel 1797 cominciò con Pietro Zerboni, che ritornò dall’Austria, dove era immigrato e dove lavorava come muratore e, genialmente, intraprese la lavorazione della tela metallica nella trattoria Bolzani del paese. La stessa trattoria dove, circa due secoli più tardi andavo da piccola ad acquistare la Coppa Rica dell’Algida, il mio gelato preferito alla vaniglia con variegatura di purea di amarena.
L’attività metallica del paese si sviluppò notevolmente tanto che nel 1809 presso il Regio Palazzo delle Scienze e delle Arti a Brera la ditta Zerboni e Bolzani espose tessuti di ottone e di
ferro e venne premiata con la medaglia d’argento mentre, nel 1850, la stessa ditta realizzò il sipario antincendio per il Teatro alla Scala di Milano.

La storia tessile continuò con la ditta dei miei cugini Mariani che intraprese la produzione con pochi telai per poi trasferirsi a Milano nel 1929 ed attualmente è una ditta fiorente, anche a livello internazionale, dove si è sviluppata nel settore per lamiere e
pannelli per facciate in rete
stirata.
Anche mio padre, Giuseppe Binda, contribuì a costruire la storia delle tessiture metalliche a Erno ed io ne sono sempre stata orgogliosa e fiera.
Ho amato da sempre l’attività di mio padre, così come ho adorato lui per la tenacia che lo contraddistingueva e per la sua innata eleganza. Ancora oggi riaffiorano i ricordi di ciò che amava raccontarmi fin da piccola. Durante la seconda guerra mondiale la ditta Mariani lavorava per i tedeschi e mio padre, nato il 4 giugno 1923, si ammalò gravemente durante il servizio militare di leva rischiando di morire, tanto da ricevere l’estrema unzione, ma il destino e la sua forte costituzione avevano deciso diversamente e sopravvisse. Tornato a Erno venne coinvolto in un rastrellamento dei tedeschi che lo scovarono e lo misero davanti al plotone di esecuzione per fucilarlo. Mia nonna Giulia Mariani chiamò i suoi fratelli che accorsero e bloccarono l’esecuzione affermando che mio padre lavorava per la ditta Mariani e, quindi, per i tedeschi. Fu così che mio padre si salvò per la seconda volta. Da questo momento mio padre si impegnò e creò la sua ditta “Giuseppe Binda”.
Il primo telaio, in legno fu collocato nella sua abitazione di Via Montegrappa a Erno, che divenne la casa coniugale quando mio padre sposò mia madre, Renata Ticozzi, splendida ragazza con lunghi capelli neri che legava in una treccia. Erano gli anni cinquanta e mio padre possedeva già una Lancia di colore bianco tanto che il cugino Alfonso Mariani gli diceva: “ Giuseppino, sei l’uomo più ricco della vallata”. In quegli anni avere un’auto era un privilegio che apparteneva a pochi. Mio padre adorava il marchio Lancia e nel tempo non ha mai tradito questa sua passione.
Nacqui nel 1954 proprio in quella stessa casa dove c’erano i telai che ricordo molto bene, collocati nella mansarda di casa dove a lungo rimase l’unico superstite in legno mentre, nel magazzino al piano terra vennero collocati i telai di metallo nero.
Fu in quel periodo che la ditta individuale divenne la ditta “Fratelli Binda”, quando mia nonna Giulia chiese a mio padre di inserire nell’attività il fratello Marino. Erno era un piccolo paese di montagna dove molti erano per lo più imparentati tra loro e Giovanni Battista Zerboni, cugino di mio padre, avviò una ditta di tele metalliche proprio nella sua abitazione, collocata sotto al piazzale del paese. Erano gli anni speciali del dopoguerra in cui la sete di rinascita era contagiosa così come lo era l’intraprendenza di quanti coltivavano il sogno di divenire artigiani. Vicino a casa mia ricordo una grande costruzione abbandonata, un tempo sede della ditta Baghetti.
L’attività di tessitura di tele metalliche costituiva una occupazione per buona parte degli abitanti del piccolo paese e, quando nacquero le mie sorelle gemelle, dopo appena sette mesi di gestazione, mia madre si avvalse dell’aiuto di una operaia di mio padre, Angiolina, di cui ancora conservo un dolce e tenero ricordo.

Nel paese pochi parlavano in dialetto, ma ricordo una frase che mia madre pronunciava per vincere le nostre paure di bambine: “ la pagura l’è fada a mazzö e la ciapa chi la vö”. Pertanto a sei anni ho vinto la paura del buio spegnendo la luce per recarmi al piano terra, sede della fabbrica. Impresa che richiese del tempo poiché, dopo aver percorso una parte delle scale, ritornavo indietro impaurita. Continuai in questa operazione fino a quando i miei occhi si abituarono al buio e scoprii che potevo distinguere le forme dei telai, che all’inizio per me erano giganteschi mostri.
Erano anni spensierati e la vita di paese scorreva piacevolmente e serenamente tanto che mi sentivo come in una grande famiglia. Ancora oggi ho nostalgia di quella realtà bucolica che mi è rimasta cucita addosso.
Serbo il ricordo delle passeggiate domenicali ed estive a Piano del Tivano e alla bocciofila di Gorla, dove si andava a ballare e a trascorrere piacevoli momenti in compagnia.
Nel frattempo mio padre era diventato vicesindaco del Comune di Veleso ed io ne ero immensamente fiera. Del resto mio padre aveva molteplici interessi. Collezionava francobolli e monete, suonava la fisarmonica e più tardi acquistò un pianoforte che ora suona mia figlia Silvia.

Ricordo mio nonno Pietro che la domenica, nella palazzina adibita ad ufficio, misurava la tela sopra una tavola di legno pizzicandola ad ogni metro ed io lo aiutavo, al ritorno dalla rituale passeggiata domenicale.
Con il tempo i miei genitori si separarono. Era il 1970 ed il loro fu uno dei primissimi divorzi che mi ha riempito di un profondo dolore interiore poiché sapevo che mio padre sarebbe rimasto solo. Ricordo molto bene una frase di mio padre: “Mi guardo indietro e osservo. Se non ho il seguito, non vado avanti con l’attività”. E così avvenne, poiché la ditta Fratelli Binda venne chiusa. Ancora oggi mi considero una privilegiata per aver vissuto in una simile realtà, ricca di ricordi a me tanto cari e quella “tela” o “rete” mi è rimasta dentro tanto che parlo di rete universale e di rete relazionale in un tutto che è intrinsecamente collegato. Noi siamo Energia e siamo tutti parte di una stessa rete pluridimensionale la cui consapevolezza dovrà portarci a crescere migliorando noi stessi e gli altri in una sorta di comune destino.
Ad majora semper!
Gianna Binda



