
Carissimi lettori e lettrici,
oggi intraprendiamo insieme un viaggio da Como verso il Monte San Primo, alto 1682 metri, vertice del Triangolo Lariano, di cui costituisce la cima più alta e che ospita l’Alpe dei Picetti, il cui nome deriva dal dialettale pettitòss(pettirosso) per via dei tantissimi esemplari che popolavano questo monte.
Da lì si gode una vista mozzafiato su entrambi i rami del lago di Como, gran parte dell’arco alpino fino ad arrivare a scorgere gli Appennini, nelle giornate più limpide.

Segnalo, per gli amanti dell’escursionismo, la possibilità di andare a piedi lungo la Strada Regia, una mulattiera, principale via di collegamento prima della costruzione della Statale Lariana nei primi anni del Novecento. Prendendo la funicolare, inaugurata l’11 novembre 1894, da Piazza De Gasperi, vicina alla stazione di Como Lago, si sale fino a Brunate e si seguono le indicazioni per Via Roma e poi per Via Nidrino fino al campo sportivo dove comincia la mulattiera che porta fino a Torno, al Monte Piatto e arriva a Lezzeno al Ponte del Diavolo.

Punto panoramico da Pognana Lario
Il giorno 22 febbraio, io, mia sorella ed il caro amico Eraldo, siamo partiti in auto da Como, percorrendo la strada Provinciale Lariana, con scorci spettacolari che conducono l’osservatore ad ammirare le montagne di fronte, tra le cui cime spunta l’arroccato e microscopico paese di Pigra, sospeso tra lago e cielo, sopra un terrazzo di roccia morenica. Costeggiando la sponda orientale del ramo del lago di Como, si attraversano caratteristici paesini: Blevio, Torno, Faggeto Lario, Pognana Lario, Nesso (con il famoso orrido) e Lezzeno.
Doverosa è stata la fermata a Nesso per ammirare l’orrido, formato dalla confluenza dei torrenti Tuf e Nosè che, dopo le piogge, si gettano impetuosi nel lago con una cascata di 200 metri, citata da Leonardo Da Vinci nel suo Codice Atlantico.

Nesso-Orrido
Dopo esserci riempiti di immenso costeggiando lo spettacolare lago, ci siamo fermati a Lezzeno, paese di mia madre, a salutare i parenti e nostra madre che lì riposa, insieme ai nonni, nel cimitero locale. Lezzeno è un paese che si estende per circa sette chilometri ed ha la caratteristica, dovuta alla sua esposizione geografica, citata dal proverbiale detto: Lescèn de la mala fortuna; d’invernu senza il so, d’esta senza la luna”, Lezzeno sfortunato, d’inverno senza il sole e d’estate senza la luna.

Giunti a Bellagio, ci siamo recati a bere un caffè presso la storica e rinomata pasticceria Rossi, con l’elegantissimo arredo di cirmolo della Premiata ditta Giovanni Galfetti e figli, proprietari di Palazzo Gallio a Como. Guidato fino al 2014 dalla professionalità di Gianni Bianchi e della moglie Cristina Abbate ed attualmente da Giovanni Casillo ed Antonio Brischini, permette di gustare prelibatezze godendo della rilassante vista del lago, di fronte all’imbarcadero, sotto un caratteristico porticato.

Dopo la doverosa tappa, siamo tornati lungo la strada che porta verso la montagna, seguendo le indicazioni per Civenna e Piano Rancio, per circa 12 chilometri che si snodano tra tornanti immersi in una natura che pare addormentata, con faggi, boschi di conifere e zone alberate che permettono di respirare l’aria pura e incontaminata sommersa dalla candida neve. Le strade erano pulite e facilmente percorribili, nonostante le recenti nevicate, con la neve ammonticchiata lungo il ciglio della strada.

Da Piano Rancio (Magreglio), siamo arrivati alla ex Colonia Bonomelli, oggi abbandonata, un tempo riservata a salubre luogo di campeggio estivo per figli di artigiani, dove io e mia sorella Patrizia trascorremmo una estate spensierata, intorno agli anni sessanta.
L’edificio, costruito nel ’28, con granito dei massi erratici della zona, grande albergo di un tempo, il Parco Monte San Primo, rimase intatto nonostante una slavina nel 1946. Riaffiorano i miei ricordi di bambina quando piangevo perché avevo nostalgia di casa e il sacerdote mi canzonava dicendomi: “Crapa de busciun cun su il sücar”, tradotto in “testa di turacciolo con sopra lo zucchero”. Già da allora ero una bambina dolcissima e questa caratteristica mi è rimasta cucita addosso.

Tutto intorno la neve candida conferiva al paesaggio un’atmosfera fiabesca, nonostante le numerose auto posteggiate ai lati della strada e i turisti accorsi nonostante gli impianti sciistici fossero chiusi. Del resto, la domenica si cerca sempre di fuggire dalla città per rilassarsi, fare ciaspolate, giocare con i bambini sulla neve o semplicemente passeggiare in questo scenario incantato, tanto amato da molti. L’ultimo tratto di strada, fiancheggiato da pini secolari, è sterrato ma facilmente percorribile.
Il parcheggio era completamente pieno, ma la fortuna ci ha assistito e siamo riusciti a parcheggiare accanto alla ex colonia Bonomelli.

Abbiamo allertato i nostri cugini del Rifugio Martina che, gentilmente, ci sono venuti a prendere poiché mia sorella aveva problemi a camminare.
Quella parte di montagna apparteneva ai fratelli Eugenio Ticozzi, mio nonno, ed Eligio, nonno degli storici gestori del Rifugio; entrambi utilizzavano i pascoli per l’alpeggio delle mandrie. Ho sempre adorato la casetta in pietra di mia mamma Renata, che in seguito è stata venduta – insieme a tutta la restante proprietà di mio nonno – ai cugini che tuttora gestiscono l’attività del rifugio
In questo luogo che pare incantato resterà per sempre una parte della mia anima: i ricordi mi legano intimamente a quella montagna. Dal versante del Rifugio Martina si può salire fino alla Colma di Sormano; scendendo poi dal lato opposto, si raggiungono il Piano del Tivano e i paesi sottostanti, tra cui Veleso, con la frazione di Erno dove sono nata

Rifugio Martina-Visione paradisiaca di un paesaggio avvolto dalla candida coltre di neve
Siamo rimasti estasiati e pieni di gioia nell’ammirare lo spettacolo del lago, con scorci dell’Isola Comacina abbracciata da una corona di cime montuose, tra le cui vette, nelle giornate limpide, si scorge persino il Monte Rosa. Il ristorante profumava di arrosti e polenta, in una sapiente miscela di aromi che esaltava il benessere. Il desiderio di un piatto caldo e fumante si era fatto impellente, così abbiamo subito ordinato la polenta “Uncia”, specialità locale condita con formaggio e burro di montagna soffritto con l’aglio.
La polenta, grazie al suo contenuto di magnesio, stimola la produzione di serotonina, l’ormone della felicità. Sarà stata la polenta, il vino o l’atmosfera calda e avvolgente, fatto sta che ci siamo rilassati, ricaricandoci di un’euforica felicità; merito anche dell’aria familiare, a me tanto cara, che abbiamo respirato in quell’angolo di paradiso a contatto con il cielo.

I miei cugini lavoravano alacremente, formando una squadra così affiatata e coordinata nei rispettivi ruoli da far invidia a un’équipe medica. Mio cugino Ennio ci ha mostrato con fierezza i vari piatti, capaci di far venire l’acquolina in bocca al solo sguardo: stinco di maiale, brasato, spezzatino di cervo e salamelle.
Ci siamo accomiatati calorosamente da tutti ed abbiamo salutato con lo sguardo quella natura incontaminata che ci ha accolti.

Descriverò, in un successivo articolo, il viaggio di ritorno passando per Canzo.
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Ad majora semper!
Gianna Binda



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