Opera di apertura: L’ANIMA NON SCADE
Esiste un confine sottile dove il dolore umano viene catalogato, registrato e sottoposto a una data di scadenza. Questa opera nasce dal rifiuto di accettare che il ricordo diventi contabilità. L’energia pura che emana da questo seme antico è la stessa forza vitale che continua a respirare oltre ogni schema burocratico. Perché la memoria non è un contratto a termine. L’amore non paga un canone di locazione. È luce ancestrale che reclama il suo spazio nel mondo e torna alla terra per rinascere.
Di fronte alla scadenza delle concessioni storiche, la nuova Legge 182/2025 svela il meccanismo delle esternalizzazioni. Una speculazione a norma di legge che riflette il collasso dei servizi essenziali e spinge i cittadini a una scelta drastica: sottrarre i propri morti a uno Stato predatore per rifondare le istituzioni su basi etiche.
Carissimi lettori e lettrici,
nel panorama contemporaneo, la sottomissione dei diritti umani fondamentali alle logiche del profitto artificiale ha superato i confini della vita terrena per profanare persino il regno del silenzio e del ricordo. Quando lo Stato abdica al suo ruolo di custode della dignità per farsi predatore, ogni servizio essenziale si trasforma in una catena di montaggio speculativa. Cimiteri, sanità, scuola e trasporti diventano mercati forzati in cui il cittadino non è più un soggetto di diritto, ma un’entrata contabile da spremere.
Di fronte a questa deriva, la risposta non può essere esclusivamente legislativa o politica: deve farsi culturale e radicale trovando nella disobbedienza civile la chiave per scardinare il sistema e risvegliare le coscienze.
Cosa succede quando un ente locale esercita una pressione economica insostenibile su un cittadino, sfruttando un momento di estrema vulnerabilità emotiva come il ricordo dei propri defunti? In un mercato libero si parlerebbe di ricatto. Nel perimetro della pubblica amministrazione, invece, tutto si dissolve sotto la rassicurante etichetta di “atto amministrativo dovuto”. È il paradosso del settore cimiteriale italiano: una vera e propria estorsione legalizzata che si sta abbattendo a tappeto su migliaia di famiglie attraverso fredde lettere raccomandate.
Il meccanismo è identico in decine di piccoli e grandi centri, come nel caso emblematico del Comune di Lezzeno, sulla sponda del lago di Como. Le amministrazioni stanno inviando notifiche di massa per contratti stipulati cinquant’anni fa e ormai giunti a scadenza. Di fronte alla memoria dei propri nonni o dei propri genitori, i cittadini si trovano davanti a un aut-aut economico spietato, blindato da regolamenti modificati unilateralmente nel tempo per piegare la legalità alle esigenze di cassa.
La sponda legale della Legge 182/2025 e il grande affare privato
Non c’è reato per il codice penale proprio perché chi impone il pagamento è lo stesso soggetto che ha il potere di scrivere le regole. Lo scudo normativo perfetto è arrivato con l’entrata in vigore della Legge 2 dicembre 2025, n. 182 (il cosiddetto decreto “Semplificazioni”) che, in realtà, complicano la vita al cittadino per semplificarla a chi detta tale legge. Con gli articoli 36 e 37, questa legge ha ridisegnato i procedimenti di polizia mortuaria, formalizzando la cremazione dei resti mortali come “servizio pubblico locale di interesse generale” e introducendo meccanismi burocratici più rapidi per consentire ai Comuni di procedere d’ufficio alla rimozione delle salme scadute.
Dietro la parola “semplificazione” si nasconde il definitivo via libera al business delle privatizzazioni e delle esternalizzazioni affidate a ditte private compiacenti. I Comuni non gestiscono più in proprio i servizi, ma ne cedono la cura a soggetti terzi tramite appalti. L’ente pubblico si deresponsabilizza e azzera le proprie spese vive, mentre i costi operativi e speculativi di queste aziende vengono interamente scaricati sulle spalle del cittadino.
Questa dinamica non è un caso isolato, ma rappresenta un’ulteriore, chiarissima conferma di una realtà drammatica: la presa del potere da parte di predatori insaziabili. Si tratta di una gestione padronale che si autoaccusa da sola proprio attraverso queste manovre predatorie, le quali hanno portato alla privatizzazione selvaggia di ogni singolo bene pubblico. I diritti fondamentali sono stati azzerati e trasformati in mercati volti al profitto. È lo stesso identico schema che ha già smantellato la sanità, i trasporti e la scuola.
Il cittadino si ritrova perennemente prigioniero di balzelli forzati per ottenere in cambio servizi scadenti sotto tutti i punti di vista, poiché questa classe politica, oltre ad essere mossa da una voracità economica senza freni, è composta da incapaci di fatto, strutturalmente impossibilitati a garantire una gestione efficiente e dignitosa della cosa pubblica.
La risposta civile: Il rifiuto dell’Ente che percorre la via dello Stato Etico
Nelle lettere inviate a tappeto dalle amministrazioni, persino l’opzione dell’ossario comune e quella delle fosse comuni per l’inumazione ordinaria– che per legge rimarrebbero servizi obbligatori e gratuiti – vengono sistematicamente omesse. Un silenzio strategico che serve a evitare che le famiglie scelgano la via gratuita, privando il sistema di preziosi incassi. Questa sistematica spoliazione dei bilanci familiari rappresenta una delle più grandi vergogne pubbliche del nostro tempo.
“Stato Etico” è quel sistema corrotto in cui il potere pubblico (lo Stato o il Comune) decide cosa è giusto e cosa è sbagliato per il cittadino, imponendogli una morale dall’alto e annullando le sue libertà personali.
Questo si configura come un vero e proprio ricatto del Comune in cui la mancanza di spazio cancella i diritti dei cittadini.
Questa non è solo follia dal punto di vista umano ed emotivo: è una palese violazione della legge italiana e un abuso di potere burocratico.
Nessun Comune in Italia può imporre la cremazione obbligatoria a causa della mancanza di spazio nei cimiteri. La mia indignazione è giuridicamente e sacrosantamente fondata.
La legge vieta l’obbligo di cremazione
Il Testo Unico delle Leggi Sanitarie (R.D. 1265/1934) e il Regolamento Nazionale di Polizia Mortuaria (D.P.R. 285/1990) stabiliscono che ogni Comune ha l’obbligo di garantire l’inumazione (la sepoltura a terra nei campi di rotazione) o la tumulazione ai propri cittadini residenti o deceduti sul territorio.
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- La scusa del “non abbiamo terreni” è un problema organizzativo del Comune, non del cittadino.
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- Se il cimitero del paese è pieno, il Comune ha il dovere di provvedere all’ampliamento, di attivare procedure di esumazione straordinaria per liberare i campi scaduti o, al massimo, di stringere accordi con i Comuni limitrofi per ospitare le salme, facendosi carico dei relativi oneri.
Di fatto, il Comune sta abdicando a un suo dovere istituzionale.
Imporre la cremazione come unica soluzione, contro la volontà della famiglia o del defunto, è un atto lesivo del diritto di culto e della libertà personale (tutelati dagli articoli 2 e 19 della Costituzione). Se il Comune volesse procedere d’ufficio alla cremazione, dovrà farlo tramite un provvedimento scritto e motivato firmato dal Sindaco. Nessun funzionario firmerà mai un documento del genere sapendo che la cremazione senza il consenso dei parenti è un reato penale (Art. 411 del Codice Penale – Violazione di sepolcro e distruzione di cadavere).
Non solo, in base alla giurisprudenza della Corte di Cassazione (Ordinanza n. 370/2023) e al quadro normativo italiano sulle attività cimiteriali (aggiornato di recente dalla Legge n. 182/2025), il Comune non ha l’autorità legale di imporre d’ufficio la cremazione di una salma se i parenti sono reperibili, interessati e si oppongono formalmente.
Si tratta di un vero e proprio business cimiteriale che muove oggi cifre miliardarie, trasformando il rito del distacco in una catena di montaggio economica.
Di fronte a questo cortocircuito, la reazione delle famiglie sta assumendo i contorni di una vera e propria rivolta etica e culturale. Tanti cittadini stanno compiendo una scelta drastica e dolorosa, ma necessaria: decidere di non affidare mai più le proprie spoglie mortali e quelle dei propri cari a un Ente pubblico che si è dimostrato interessato esclusivamente ai business propri e dei privati collusi. Pur di sottrarre la memoria degli affetti a questa catena di montaggio del profitto legalizzato e dell’incompetenza di Stato, le persone preferiscono ricorrere all’affido domiciliare delle urne o alla dispersione delle ceneri in natura, abbandonando i cimiteri istituzionali.
Tuttavia, la vera soluzione a questa deriva predatrice non risiede nel semplice ripiegamento privato, ma in un capovolgimento radicale del modello politico attuale. È necessario combattere frontalmente l’ideologia delle privatizzazioni selvagge per ritornare a uno Stato corretto e custode del bene comune.
La strada per scardinare questo sistema clientelare e speculativo è tracciata da regole costituzionali e morali ben precise, come espresso nei pilastri dello statuto di Antexo: imporre che i rappresentanti pubblici restino in carica per un solo mandato di 5 anni, azzerando le carriere politiche perpetue, e vengano selezionati ed eletti secondo rigidi ed inderogabili criteri di etica morale.
Solo strappando i servizi essenziali – dalla sanità ai cimiteri – dalle mani di una classe dirigente parassitaria e incompetente, potremo restituire dignità ai cittadini, tutele ai vivi e il dovuto rispetto alla memoria dei nostri morti.
Vi invito a leggere i miei due Statuti recentemente pubblicati e ad agire fermando queste derive dittatoriali.
STATUTO LOMBARDIA DEL MOVIMENTO CIVICO ANTEXO: Azzeriamo 30 anni di privatizzazioni e STATUTO NAZIONALE DEL MOVIMENTO CIVICO ANTEXO
https://antexo.com/?s=lo+statuto
Ad majora semper!
Gianna Binda


