Esempio tangibile di queste dinamiche è il fenomeno del cosiddetto “effetto palestra” legato al vaccino Vaxitex HVT. Favorendo la libera circolazione del virus, questo farmaco ne amplifica la mutazione, la diffusione e la carica infettiva; il tutto all’interno di un mercato globale in cui il prodotto viene fabbricato in Georgia, ma vietato all’interno del paese stesso.


Carissimi lettori e lettrici,

scrivo questo articolo, così come gli altri, unicamente per dare speranza. La vera salute pubblica, infatti, nasce dalla consapevolezza del popolo che, dopo aver compreso l’inganno delle pure logiche di profitto, si riappropria del proprio futuro sanitario, andando oltre i limiti della Riforma del Titolo V, l’avanzata delle privatizzazioni e le maglie del nuovo Piano Pandemico.


Ci stiamo introducendo nelle stanze segrete della legislazione sanitaria italiana in cui lo Stato ha abdicato alle Regioni la privatizzazione di ogni bene pubblico.

Gianna Binda-Acrilico fluido-L’Onda (che travolge (il sistema malato)

L’inganno del Titolo V e la sanità spezzettata: come la frammentazione regionale e il profitto privato preparano il terreno alle emergenze di domani.
Mentre l’Italia approva il suo nuovo Piano Pandemico Nazionale 2025-2029, mettendo sul piatto oltre 1,1 miliardi di euro di fondi pubblici, è impossibile non guardare alle radici profonde di un sistema sanitario strutturalmente indebolito. Quella che oggi viene presentata come una macchina di prevenzione e biosicurezza rischia di rivelarsi l’ennesimo capitolo di un business miliardario gestito su base locale. Per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna fare un passo indietro e analizzare un’opera che molti osservatori definiscono disgustosamente predatoria: la frammentazione della salute pubblica italiana.
Tutto ha inizio con la sciagurata modifica del Titolo V della Costituzione nel 2001. Con quel passaggio legislativo, lo Stato centrale ha abdicato al suo ruolo primario, conferendo alle Regioni poteri assoluti in materia sanitaria che prima spettavano interamente alla nazione. Si è passati così da un Sistema Sanitario Nazionale unico e universale a 21 sistemi sanitari regionali, autonomi e concorrenti.
Il laboratorio di questa trasformazione, l’apripista di una sistematica privatizzazione dei beni pubblici e del diritto alla salute, è stata la Regione Lombardia cominciata con Roberto Formigoni e continuata tutt’ora.

Vi invito a leggere il mio articolo RASSEGNA DI QUANTO È SUCCESSO NEL PERIODO COVID https://antexo.com/rassegna-di-quanto-e-successo-nel-periodo-covid/

Attraverso il principio della parificazione tra strutture pubbliche e private accreditate, la sanità è stata progressivamente trasformata in un mercato. Mentre i grandi gruppi privati drenavano risorse pubbliche concentrandosi sulle prestazioni più remunerative e ad alto profitto, la medicina del territorio, la prevenzione e gli ospedali pubblici venivano progressivamente svuotati e definanziati.
È proprio in questa totale anarchia assistenziale e nella demolizione delle difese territoriali che si inserisce il paradosso del “business pandemico”. Quando lo Stato rinuncia a presidiare capillarmente la salute dei cittadini e delega la gestione a entità locali orientate al profitto o all’efficienza di bilancio, crea un vuoto biologico e istituzionale pericolosissimo.


Senza una regia centrale forte e senza una medicina di base pubblica e integrata, il territorio smette di essere uno scudo e si trasforma in una sorta di “palestra a cielo aperto” per i patogeni. I virus, liberi di circolare a causa di falle nel monitoraggio e di un sistema privato che non ha alcun interesse economico a fare prevenzione primaria, trovano le condizioni ideali per diffondersi, replicarsi e mutare sotto la pressione dell’ambiente. Il miliardo e cento milioni stanziato dal nuovo piano rischia così di non andare a ricostruire la sanità pubblica, ma di essere spartito tra i soliti hub privati e i potentati regionali, alimentando un circuito in cui l’emergenza non si previene, ma si monetizza.
Ma il business della salute non si ferma alla spartizione dei fondi territoriali; affonda le sue radici in dinamiche globali ben più inquietanti, dove il confine tra prevenzione e creazione della minaccia diventa drammaticamente labile. In questo scenario, la “palestra di mutazione” cessa di essere solo una tragica conseguenza dell’inefficienza pubblica e diventa un vero e proprio modello industriale. Parliamo del mercato delle emergenze sanitarie pianificate a tavolino, un circuito in cui i virus non si attendono più, ma si anticipano – o peggio, si ingegnerizzano – nei laboratori di massima sicurezza sparsi per il pianeta, con l’unico vero obiettivo di rendere obbligatorie e redditizie le relative cure.
Il fulcro scientifico ed economico di questo meccanismo risiede nelle controverse ricerche sul cosiddetto Gain of Function (guadagno di funzione). Sotto il paravento della bio-difesa e della nobile causa di studiare i patogeni prima che colpiscano l’uomo, laboratori pubblici e privati modificano geneticamente virus esistenti per renderli più aggressivi, letali e capaci di compiere il salto di specie. Si delinea così il più macroscopico e perfetto conflitto di interessi della storia moderna: le stesse multinazionali e gli stessi consorzi finanziari che finanziano le ricerche per potenziare i virus sono gli stessi che detengono i brevetti esclusivi dei farmaci e dei vaccini per curarli. La minaccia e la soluzione viaggiano sullo stesso binario societario.
Per sfuggire alle rigide maglie legislative dei paesi occidentali, gran parte di questa ricerca offshore è stata delocalizzata in aree geopolitiche grigie. Il caso della Georgia – intesa come la nazione caucasica al centro delle tensioni tra Est e Ovest – è emblematico. È qui che sorgono strutture di massima biosicurezza, come il celebre Lugar Center, finanziate da apparati d’oltreoceano e protette da un fitto velo di segretezza. Nel dibattito giornalistico indipendente e nelle inchieste internazionali, questi avamposti vengono descritti come “terre di nessuno” regolatorie: laboratori dove la manipolazione di agenti patogeni ad alta diffusione avviene lontano dal controllo democratico, alimentando il concreto sospetto di virus manipolati per scopi militari o industriali e, in rari casi, testati o fatti circolare per valutare la risposta immunitaria delle popolazioni.
Il cerchio perfetto del business pandemico si chiude così, unendo i laboratori d’oltreconfine con le corsie degli ospedali italiani. I patogeni potenziati o accelerati nelle loro mutazioni dalle pressioni selettive industriali, una volta immessi nel circuito globale, trovano in Italia un terreno totalmente indifeso. La sanità italiana, disintegrata dal Titolo V e cannibalizzata dalle privatizzazioni della prima ora, non ha più gli strumenti territoriali per arginare, tracciare e bloccare i contagi all’origine.

Gianna Binda- acrilico su carta-IL FILO RISSO DEL POTERE

Il Nuovo Piano Pandemico Nazionale da 1,1 miliardi di euro si rivela, in quest’ottica, l’ultimo ingranaggio di una catena predatoria. Non è un baluardo per la difesa dei cittadini, ma un gigantesco bancomat pubblico pronto a essere svuotato per acquistare a caro prezzo soluzioni preconfezionate, validate da un sistema che specula sulla paura e che ha trasformato la sopravvivenza umana nel più redditizio degli asset finanziari.

L’ora della consapevolezza: riappropriarsi della salute contro il mercato della paura
Davanti a questo scenario, in cui la tutela della salute pubblica è stata barattata con le logiche del profitto e della geopolitica militare-industriale, i cittadini non possono più permettersi il lusso della passività o della rassegnazione. Il Nuovo Piano Pandemico e le riforme che hanno polverizzato la nostra sanità non sono incidenti di percorso, ma il risultato di una precisa scelta politica che ha messo il mercato al di sopra della vita umana.
La vera prevenzione non si fa rincorrendo l’ennesima emergenza creata in laboratorio o stanziando miliardi che finiranno per ingrassare i bilanci dei colossi farmaceutici e dei privati accreditati. La vera prevenzione si fa sul territorio, restituendo allo Stato la sovranità sulla salute pubblica, cancellando i disastri del Titolo V e ricostruendo una rete di medicina di base che rimetta al centro la persona e non il DRG o il fatturato della singola prestazione.
L’appello che deve levarsi forte dall’opinione pubblica è un richiamo alla responsabilità e alla vigilanza democratica. È necessario pretendere trasparenza assoluta sui finanziamenti alla ricerca biologica, esigere il blocco di esperimenti pericolosi condotti fuori da ogni controllo internazionale e, soprattutto, rivendicare il diritto a una sanità pubblica, universale e sganciata dalle logiche di profitto delle multinazionali.


Non possiamo permettere che la paura diventi lo strumento di governo del ventunesimo secolo, né che la nostra salute si trasformi nel più spietato e redditizio dei business. È tempo di aprire gli occhi, squarciare il velo della propaganda istituzionale e pretendere che la sanità torni a essere ciò per cui è nata: un bene comune inalienabile, e mai più una merce.

Gianna Binda- Stampa- L’Araba Fenice e la Rinascita

La consapevolezza è la nostra unica, vera difesa: non tenere queste informazioni per te, condividi questo articolo e rompi il muro del silenzio prima della prossima emergenza.

Il mondo sa essere crudele, ma possiamo generare un cambiamento reale circondandoci di persone che vibrano della stessa energia propositiva. È proprio rivolgendoci a loro, e unendo le nostre forze, che nel business della sanità possiamo finalmente recuperare ciò che muove il sole e l’altre stelle.

Ad majora semper!

Gianna Binda