E LO CHIAMANO SPORT!

Nel calcio moderno, la palla non rotola più dove la spinge il vento o il talento, ma dove si muovono i flussi di cassa dei fondi d’investimento.

Carissimi lettori e lettrici, 

c’è una grossa fetta di appassionati che vive in un costante stato di sonnambulismo sportivo. Sono quelli che la domenica si dipingono la faccia, piangono per una sconfitta o sono fieri di fare il tifo per la squadra del cuore con taluni che si accapigliano nei bar convinti di assistere a una competizione genuina. Chi crede ancora alla favola dello sport puro è un illuso che si lascia prendere in giro da un’industria multimilionaria. Ma la verità è ancora più scomoda: lo spettatore moderno non è una vittima inconsapevole. È il complice morale di un sistema di manipolazione di massa che finge di non vedere la realtà pur di avere la sua dose quotidiana di oppio mediatico.

Il cortocircuito dell’identità: il business delle magliette a Como

Centoventi anni fa il Como nasceva per l’ispirazione di un circo itinerante, il famoso circo itinerante di Buffalo Bil; oggi, la finanza globale lo ha trasformato di nuovo in un enorme circo dell’intrattenimento di lusso, chiudendo un cerchio perfetto. Per toccare con mano questa ipocrisia basta fare una passeggiata sulle sponde del Lario. Con il ritorno del club nella massima serie, in centro a Como e persino a Bellagio sono fioriti lussuosi negozi ufficiali, boutique e pop-up store dedicati al merchandising e alle maglie firmate da stilisti internazionali. Negli stadi risuona fiero lo slogan “Sem Cumasch” (“Siamo comaschi”), un richiamo viscerale all’identità territoriale.

Cartello che testimonia la falsa identità comasca

Ma grattando la superficie della retorica locale emerge il cortocircuito commerciale: il Como 1907 è di proprietà dei fratelli Hartono, i miliardari indonesiani a capo del colosso Djarum, in assoluto la proprietà più ricca di tutto il calcio italiano.

Apriamo la parentesi fondamentale: come ci è arrivato il Como in Serie A? Non è la romantica favola di provincia che i media amano raccontare. Il club è reduce da ben tre fallimenti societari negli ultimi vent’anni. La risalita dalla Serie D fino ai massimi vertici non è farina del cuore dei tifosi, ma un’operazione di pura ingegneria finanziaria transnazionale. Gli Hartono hanno ripianato i debiti e strutturato la società non come una squadra di calcio, ma come un “modello Disney” o un parco giochi di intrattenimento per il turismo di lusso mondiale, arruolando star globali come Cesc Fàbregas e Thierry Henry come soci e specchietti per le allodole.

Dov’è finita la “comaschità” quando le decisioni viaggiano sull’asse Giacarta-Londra? La tradizione locale è diventata un semplice brand esotico da vendere ai turisti facoltosi. Il tifoso storico che canta sugli spalti è solo la scenografia folkloristica necessaria a rendere il prodotto appetibile sulle TV internazionali.

Il teatro globale dei risultati pilotati

Il calcio è solo lo specchio di un meccanismo di manipolazione globale, sistematico e strutturato, che infesta qualsiasi disciplina. Nella Formula 1 dello spionaggio e dei muretti, l’intero settore ha assistito a dinamiche sconcertanti: nel 2007 la McLaren ha sottratto i progetti segreti della Ferrari nello scandalo Spygate, mentre l’anno successivo la Renault ordinò deliberatamente a un proprio pilota di schiantarsi contro un muro a Singapore pur di propiziare la vittoria del compagno di squadra nel Crashgate, subordinando la stessa incolumità degli atleti alle spietate logiche degli sponsor.

Lo scenario non cambia oltreoceano, dove per anni gli appassionati hanno creduto alla perfezione del basket NBA, scoprendo solo dopo l’intervento dell’FBI l’esistenza di arbitri come Tim Donaghy, capace di aggiustare l’andamento e i punteggi delle gare su cui scommetteva per favorire i circuiti dei bookmaker. Anche il ciclismo si è trasformato da tempo in una sfida tra laboratori: l’epopea di Lance Armstrong ha dimostrato in modo inequivocabile come per intere stagioni il pubblico non abbia assistito a corse di biciclette, bensì a una competizione tra sofisticati programmi di doping di squadra, interamente protetti e foraggiati da colossali interessi commerciali globali.

La sindrome dello stolto: dal calcio al Covid

Il vero problema non risiede unicamente nei magnati stranieri, nei ciclisti dopati o nei dirigenti corrotti delle varie federazioni. Il fulcro del problema è la psicologia dello stolto: lo spettatore che sceglie deliberatamente di non capire per evitare di rompere la propria illusione consolatoria.

Gianna Binda- olio su tela- Il pifferaio magico

Questo schema di sottomissione mentale e di cecità volontaria non rappresenta affatto un’esclusiva delle dinamiche sportive. Si tratta dello stesso identico meccanismo sociale che la collettività ha sperimentato in modo drammatico durante il periodo Covid, caratterizzato dall’accettazione acritica di restrizioni e vaccinazioni obbligatorie. In quella circostanza, esattamente come accade oggi nel mondo dello sport, una larghissima fetta di cittadini ha preferito farsi prendere in giro dalle narrazioni ufficiali della propaganda, rinunciando del tutto al pensiero critico e arrivando persino ad aggredire chiunque tentasse di sollevare dubbi legittimi o di svegliarsi dal torpore. Chi contesta il sistema precostituito viene isolato e colpevolizzato, poiché la massa avverte il bisogno primario di essere rassicurata da un’autorità superiore – sia essa una federazione sportiva o un comitato tecnico-scientifico – pur di non dover affrontare una realtà scomoda e penalizzante per i cittadini.

L’anello finale della catena: lo spettatore complice

La colpa più grande, però, non è dei magnati indonesiani, dei ciclisti dopati o dei dirigenti corrotti da Calciopoli. La colpa è di chi guarda.
Lo sport d’élite è un gigantesco sistema manipolato e manipolatore che si regge su un patto di ipocrisia collettiva. Lo spettatore sa benissimo che dietro i bilanci truccati, le scommesse clandestine e le assegnazioni dei mondiali ci sono reati, riciclaggio e inganni. Eppure, decide deliberatamente di finanziare il crimine. Paga l’abbonamento alla pay-tv, compra la maglietta ufficiale prodotta in mezza Asia, riempie gli stadi e legittima il circo.
Finché il pubblico continuerà a consumare il prodotto accettando le regole del copione, sarà il mandante di questa truffa. Continuare a difendere l’innocenza di questo sistema non è romanticismo: è complicità intellettuale.

Gianna Binda- acrilico su carta-Il Copione

Al centro esatto del caos, sospeso su una carta fragile e viva, si staglia l’idolo perfetto di un’ipocrisia collettiva: un pallone da calcio, icona primordiale di una passione sequestrata dal cemento e dai miliardi.

Tutto intorno, lo sfondo pulsa di un’energia drammatica e soffocante. È un mare di antracite profondo, una tempesta di pennellate e spatolate dense, graffiate, pesanti come la complicità silenziosa di chi guarda. Il buio non è vuoto: è materia, è il labirinto oscuro dei bilanci truccati, dei burattini finanziari e delle verità che l’umanità decide deliberatamente di non vedere. Le pieghe stesse della carta vibrano, trasformando la tela in una superficie sgualcita, ferita, specchio fedele di un sistema corrotto e privo di innocenza.

Dall’alto, squarci di luce spettrale tagliano l’oscurità come i riflettori di un immenso anfiteatro. Ma non è una luce che illumina, è una luce che ipnotizza: mette in mostra il giocattolo geometrico, il cerchio bianco e nero che cattura gli occhi delle masse, lasciando nell’ombra i mandanti del grande inganno.

Il pallone sembra lottare al confine di questo abisso: una metà emerge candida, colpita dal bagliore del copione, mentre la metà inferiore sprofonda e viene risucchiata dalla stessa oscurità che la nutre. Non c’è romanticismo in questa immagine, c’è il dramma del risveglio. È il ritratto potente di una cecità volontaria, una gabbia di colori cupi che attende solo un gesto di coraggio per essere squarciata e svelare, finalmente, il teatro dei burattini a cielo aperto.

Spegnete i televisori, uscite dagli stadi e aprite finalmente gli occhi di fronte a questo immenso teatro dei burattini finanziari. Finché vi cullerete nella vostra cecità volontaria, starete solo finanziando un crimine a cielo aperto… e lo chiamate sport!

Vi invito a leggere il mio articolo STRATEGIE DI MANIPOLAZIONE MEDIATICA https://antexo.com/strategie-di-manipolazione-mediatica/

Ma ricordate: quel pallone che guardate rotolare sul prato verde non è solo l’oppio dei vostri pomeriggi domenicali, ma la prima cellula di una gabbia molto più grande. Una perfetta geometria di esagoni e pentagoni che, dalle curve degli stadi fino ai laboratori microscopici delle nanotecnologie, vi ha già intrappolati in un sistema in cui siete, al tempo stesso, prigionieri e guardiani.

Il pallone da calcio deve la sua forma sferica alla combinazione di 12 pentagoni e 20 esagoni, una configurazione geometrica nota come icosaedro troncato. Questa stessa architettura molecolare si ritrova nei fullereni e nelle nanoparticelle lipidiche, utilizzate nelle nanotecnologie per proteggere e veicolare fragili materiali genetici come l’mRNA nei vaccini e nei trattamenti oncologici.

Ne parleremo nel prossimo articolo.

Ad majora semper!

Gianna Binda