La rivolta è l’effetto: perché i veri “terroristi” siedono nei palazzi del potere
Carissimi lettori e lettrici,
i recenti scontri che hanno visto protagonisti studenti e giovani non possono essere liquidati come semplici atti di vandalismo o intemperanza giovanile. Per comprendere davvero ciò che sta accadendo nelle nostre piazze, è necessario compiere un’operazione di onestà intellettuale: analizzare il problema a monte e non a valle. Concentrarsi esclusivamente sulla reazione della piazza significa scambiare l’effetto con la causa, ignorando la vera eziologia di una crisi sociale profonda che affonda le sue radici nelle dinamiche del potere globale.
La realtà che la narrazione ufficiale cerca di occultare è quella di un’élite sempre più distante dalle esigenze reali dei popoli, impegnata in un’opera sistematica di privatizzazione dei beni pubblici e di progressivo impoverimento della collettività. Le risorse dei cittadini vengono distratte per finanziare l’industria bellica e alimentare conflitti geopolitici distanti, o disperse in operazioni di facciata e progetti transfrontalieri di dubbia utilità, mentre i servizi essenziali e il welfare locale vengono progressivamente smantellati.

Questa architettura di potere non è casuale, ma risponde a precisi indirizzi di think tank transnazionali – storicamente legati a network di influenza globali come l’Aspen Institute e le grandi fondazioni d’oltreoceano – che formano e standardizzano la classe politica globale. Il risultato è un quadro istituzionale in cui le distinzioni parlamentari svaniscono, lasciando il posto a un’agenda unica, allineata ai grandi interessi finanziari e industriali, dalle multinazionali del farmaco ai colossi degli armamenti.
In questo contesto, l’apparato repressivo e il sistema informativo istituzionale svolgono una precisa funzione di contenimento:
- Le forze dell’ordine, pur sostentate dal denaro pubblico, vengono impiegate per tutelare l’ordine costituito a difesa delle istituzioni, ricordando le dinamiche storiche in cui la forza pubblica agiva come braccio esecutivo del potentato di turno.
- I mezzi di informazione mainstream, a loro volta foraggiati da finanziamenti pubblici e sponsorizzazioni private, operano una costante colpevolizzazione del dissenso, rubricando ogni forma di protesta come minaccia alla sicurezza ed evitando accuratamente di indagare le ragioni del disagio.
- Il tessuto economico e commerciale, spesso cooptato attraverso concessioni temporanee o sussidi mirati – come avvenuto recentemente per arginare le proteste nel settore agricolo –, finisce per tollerare e foraggiare lo stesso sistema che lo comprime.
Di fronte a un panorama in cui il merito è azzerato e i meccanismi di rappresentanza democratica appaiono svuotati, la protesta dei giovani non è che la manifestazione visibile di una frattura profonda.

Quando i canali tradizionali del dialogo vengono preclusi e la disinformazione scientifica ed economica viene utilizzata per imporre scelte radicali sulla pelle della popolazione, l’azione di piazza diventa l’estremo tentativo di rompere il velo di indifferenza.
La vera violenza non risiede nelle espressioni di rabbia di una generazione privata del futuro, ma nella violenza strutturale di uno Stato che abdica al proprio ruolo di garante del benessere collettivo per farsi comitato d’affari di interessi privati.
Vi invito a leggere il mio articolo I PREDATORI https://antexo.com/i-predatori/.
È un’esperienza di oppressione burocratica e finanziaria che molti cittadini sperimentano quotidianamente sulla propria pelle – e che la letteratura e la saggistica indipendente continuano a denunciare.

Oggi, l’estensione di questi movimenti di opposizione in tutta Europa, dalla Francia all’Italia, dimostra che la presa di coscienza è globale. Sostenere questi giovani significa comprendere la legittimità del loro rifiuto verso un modello sociale ed economico non più sostenibile. Il risveglio delle coscienze e il rifiuto della delega incondizionata sono gli unici strumenti per ridefinire i confini tra un potere predatore e una collettività che rivendica il proprio diritto all’esistenza.
È tempo che il popolo si svegli e spezzi le catene della complicità: non possiamo più tollerare che un’élite insaziabile banchetti con i nostri sacrifici, in un sistema dove il merito è stato divorato da nepotismi e vili affaristi degni dei Borgia. Riprendiamoci il futuro, prima che sia troppo tardi!
Ad majora semper!
Gianna Binda




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