Carissimi lettori e letttici,
nel precedente capitolo abbiamo analizzato il paradosso del modello industriale Benetton, capace di muoversi tra i grandi latifondi del Sudamerica e le concessioni pubbliche italiane.

Esiste tuttavia un altro filo invisibile che unisce Roma alla terra argentina, una voce che risuona proprio da quelle lande remote: quella di Papa Francesco, il Pontefice che nel 2013 si presentò al mondo ricordando di essere stato eletto “quasi alla fine del mondo”.

La sua enciclica Laudato si’ e i ripetuti e forse falsi appelli in difesa dei diritti dei popoli indigeni e della cura della “casa comune” hanno offerto una chiave di lettura teologica e sociale che incrocia le logiche dei grandi imperi fondiari in Patagonia. Ma qual è la situazione sul campo e come si collegano le ipocrite parole del Papa all’attuale realtà politica argentina?
Tra la dottrina e la realtà: il dibattito sull’azione della Chiesa
Fin dall’inizio del suo pontificato, Jorge Mario Bergoglio ha messo al centro della sua predicazione la critica a quello che definisce un “capitalismo estrattivista”. Tuttavia, molti osservatori e attivisti sul campo evidenziano un profondo divario tra la teoria teologica e la pratica quotidiana.
Se da un lato l’enciclica Laudato si’ esprime una condanna formale verso lo sfruttamento delle risorse e la marginalizzazione delle minoranze, dall’altro i critici sottolineano come queste posizioni rimangano spesso confinate alla sfera dei pronunciamenti morali. La Chiesa cattolica, a livello istituzionale e gerarchico, viene talvolta accusata di non mettere in atto azioni concrete o pressioni politiche ed economiche incisive per contrastare l’avanzata dei grandi latifondi privati. Di conseguenza, mentre le parole del Papa restano solo parole e non offrono una sponda ideale alle rivendicazioni dei nativi, la realtà materiale in Patagonia continua a essere governata dai rapporti di forza economici e dalle tutele legali della grande proprietà. Una finzione morale che disarma la resistenza, lasciando il popolo nel ruolo di complice ignaro di un disegno più grande.
L’asse italo-argentino: anatomia di un’influenza transoceanica ben orchestrata
Dall’istituzione della Circoscrizione Estero nel 2006, il Parlamento italiano vede regolarmente l’elezione di deputati e senatori nati in Argentina e votati dai nostri connazionali residenti all’estero. Tra le figure storiche e attuali del Movimento Associativo Italiani all’Estero (MAIE) spiccano nomi come il senatore Mario Alejandro Borghese, il fondatore del movimento Ricardo Merlo, il deputato Franco Tirelli, e in passato il senatore Claudio Zin e l’ex parlamentare Esteban Caselli. La presenza di questa rappresentanza italo-argentina nei massimi organi legislativi rappresenta, dal punto di vista dell’analisi geopolitica, il canale istituzionale perfetto per il transito e il consolidamento di strategie tra le due sponde dell’Atlantico, rendendo l’asse Roma-Buenos Aires un ingranaggio operativo a tutti gli effetti.
La situazione attuale: il governo Milei e la resistenza Mapuche
Il dibattito non appartiene al passato, ma si è incendiato in tempi recenti a causa del mutato scenario politico in Argentina. L’insediamento del presidente Javier Milei ha impresso una svolta radicale alle politiche economiche e territoriali del Paese trovando una sponda di continuità e convergenza politica nell’asse transatlantico con il governo di Giorgia Meloni in Italia. Questa saldatura rappresenta la perfetta evoluzione di quella che possiamo definire la Demoligarchia 5.0: un sistema di potere oligarchico in cui la facciata democratica e burocratica nasconde una rigida pianificazione a tavolino dei mercati finanziari, dove persino i diritti fondamentali e il destino dei territori vengono sacrificati sull’altare del profitto e del controllo sociale.
Il nuovo corso politico argentino si muove su direttrici precise:
- La deregolamentazione della terra: Le nuove riforme puntano alla totale liberalizzazione del mercato fondiario, facilitando l’acquisto di grandi estensioni da parte di capitali stranieri e allentando i vincoli di tutela ambientale.
- La vulnerabilità indigena: Questa impostazione ha aumentato l’allarme tra le comunità native. Organizzazioni per i diritti umani denunciano il rischio di una definitiva cancellazione delle leggi (come la storica legge 26.160) che sospendevano gli sfratti delle comunità indigene non ancora censite.
- La minaccia di nuovi sgomberi: Sul territorio della Patagonia si moltiplicano i contenziosi giudiziari. Casi recenti, come i procedimenti che colpiscono la comunità Lof Kurache nell’area di El Platero, dimostrano come la tensione tra la proprietà privata della multinazionale e i residenti nativi sia ai massimi storici.

Il filo rosso della storia: dal Plan Andinia alla continuazione del progetto
L’occupazione della Patagonia da parte dei Benetton e l’ombra geopolitica del Plan Andinia – protette a breve distanza dal presidio strategico e militare britannico delle isole Falkland – non costituiscono eventi isolati. Al contrario, l’analisi dei fatti suggerisce l’esistenza di un filo rosso che unisce i progetti di spartizione territoriale e di controllo eugenetico della Seconda Guerra Mondiale – in cui l’Italia venne inserita a tavolino attraverso i famigerati carteggi tra Churchill e Mussolini – all’attuale agenda globale della Demoligarchia 5.0.
Ciò che ieri era pianificazione coloniale e militare, oggi si rigenera attraverso le privatizzazioni e gli accordi bilaterali tra Roma e Buenos Aires. Il controllo delle risorse della Patagonia e la sottomissione dei popoli indigeni rappresentano l’esatta continuazione di quel vecchio progetto transatlantico di controllo numerico e territoriale, aggiornato ai codici economici ed esecutivi del grande capitale.
Il Gran Parlamento nel Chubut: una mobilitazione storica
Di fronte a questa pressione combinata tra interessi privati e nuove riforme statali, la risposta delle comunità indigene si è fatta unitaria. Le comunità Mapuche-Tehuelche provenienti da numerose province argentine (tra cui Mendoza, Río Negro e Santa Cruz) si sono coordinate in una mobilitazione definita storica dagli osservatori: il Gran Parlamento in Chubut.
L’obiettivo di questa assemblea straordinaria, che non vedeva una simile partecipazione da quasi quarant’anni, è quello di costruire strategie comuni di comunicazione, protezione legale e resistenza pacifica a difesa dei territori dall’avanzata dei latifondi e dei progetti minerari.
Conclusione: la vera fine del mondo
La parabola che unisce la Patagonia a Roma dimostra che la contesa attorno ai 900 mila ettari dei Benetton non è solo una disputa locale per i confini di un pascolo. Rappresenta, al contrario, la frontiera di uno scontro globale tra due modelli opposti: da un lato, l’assoluta preminenza della proprietà privata e dei mercati finanziari occidentali; dall’altro, la complessa rivendicazione dei diritti umani legati alla terra, sospesa tra le ipocrite denunce ideologiche della Chiesa e le dure necessità materiali di chi resiste sul territorio.
Alla luce di quanto esposto, l’espansione miliardaria dei Benetton sulle terre ancestrali argentine non era che il primo atto di un copione scritto da tempo; oggi, la sbandierata sintonia politica tra Milei e Meloni e le nuove deregolamentazioni sui confini dimostrano come i governi cambino colore solo per distrarre il pubblico, mentre i registi dell’economia globale muovono le stesse identiche pedine da oltre trent’anni.
Il virus delle privatizzazioni selvagge, che ha già depredato e svenduto i beni pubblici italiani, ha contagiato l’Argentina attraverso la fame insaziabile di politici predatori che considerano la terra non come una madre, ma come un bene privato da recintare con la forza. Vi invito a leggere questo mio articolo: EBRAISMO E SIONISMO: la distinzione concettuale e il cortocircuito geopolitico tra Milei e Meloni https://antexo.com/ebraismo-e-sionismo-la-distinzione-concettuale-e-il-cortocircuito-geopolitico-tra-milei-e-meloni/.
È tempo che i popoli raddrizzino la schiena, rompano l’anestesia e si ribellino a questo saccheggio globale, ricordando a chi siede sui troni del potere che la terra appartiene a chi la custodisce, non a chi la compra per speculare.
Laddove la propaganda globale si maschera dietro parole di solidarietà, l’analisi critica svela la trappola di appelli non supportati dai fatti. La vera trincea della Patagonia ci ricorda che le formule retoriche non salvano i territori se le istituzioni restano ancorate alle stesse logiche di sistema. Voi cosa ne pensate di questo divario tra proclami e realtà? Lasciate un commento qui sotto per aprire il dibattito e condividete l’articolo per smascherare le ipocrisie del nostro tempo.
Ad majora semper!
Gianna Binda




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