“Il territorio non è una proprietà commerciabile, ma la radice stessa della nostra biologia e spiritualità. La mappa della Patagonia non è tracciata da linee contabili o recinzioni private, ma dai fiumi sacri, dalle montagne e dalle ossa dei nostri antenati. Rivendicare la terra significa difendere il diritto nativo alla vita contro la prigione invisibile del profitto artificiale.”

Gianna Binda-Acrilico fluido-L’oro sotto la nebbia

Carissimi lettori e lettrici,

esiste un filo conduttore capace di unire l’immaginario patinato della comunicazione globale a complesse dinamiche sul campo, sia oltreoceano che sul suolo nazionale. È questa la riflessione al centro del libro-inchiesta Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia, scritto a quattro mani dai giornalisti Monica Zornetta e Pericle Camuffo, e pubblicato dalla casa editrice indipendente Le Strade Bianche di Stampa Alternativa.

Copertina della seconda edizione (2020) intitolata “Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia”.

Del libro esistono due distinte edizioni, pubblicate da Stampa Alternativa: la prima, intitolata “United Business of Benetton”, è uscita nel 2008 ed era focalizzata sull’espansione economica del gruppo;

Prima edizione del libro

la seconda, intitolata “Alla fine del mondo”, è la più recente (2020) e ha inserito l’aggiornamento sulla tragica vicenda di Santiago Maldonado, l’attivista scomparso e poi ritrovato senza vita durante le cariche della polizia nelle terre contese della Patagonia. L’opera è stata interamente riscritta, aggiornata ed espansa. Il fulcro centrale è diventato il muro di omertà crollato dopo la morte di Santiago Maldonado, usata dagli autori come emblema estremo del conflitto. È stata aggiunta la prestigiosa prefazione del regista Marco Bechis e la corrispondenza con il Premio Nobel Adolfo Pérez Esquivel. La veste grafica è stata standardizzata con la copertina verde accesa della collana Le Strade Bianche.

Santiago Maldonado era un attivista e artigiano argentino di 28 anni che sosteneva la causa dei Mapuche, il popolo nativo che lottava per recuperare le proprie terre ancestrali. Nel corso degli anni, queste terre, acquistate in massa dal Gruppo Benetton, è diventato il più grande latifondista privato in Argentina.

Il 1º agosto 2017, la Gendarmeria Nacional argentina ha fatto irruzione con la forza nella comunità indigena di Cushamen per sgomberare una protesta. Secondo i testimoni, la polizia ha caricato con violenza sui manifestanti agendo, di fatto, come braccio armato a tutela degli interessi privati del colosso italiano, che applicava in Patagonia un metodo di espansione basato sulla recinzione delle risorse e sul confinamento dei nativi.

Santiago è scomparso nel nulla durante le cariche. Il suo caso ha scatenato un’enorme mobilitazione internazionale contro il governo argentino, finché il suo corpo è stato ritrovato senza vita 78 giorni dopo nel fiume Chubut, all’interno di una proprietà Benetton, in circostanze che la famiglia e i comitati per i diritti umani considerano ancora oggi non del tutto chiarite.

Sento il doveroso compito di informare il mio lettore: come spesso avviene nelle dinamiche della cultura e della comunicazione, si mutua un nome specchiato e suggestivo per percorrere, nei fatti, strade diametralmente opposte: da un lato la via della denuncia e della controinformazione militante, dall’altro quella dell’integrazione istituzionale e della sinergia con i grandi poteri privati. Infatti, mentre per la casa editrice Stampa Alternativa le “Strade Bianche” rappresentano i percorsi isolati della controinformazione militante, usati per fuggire dall’asfalto del pensiero unico e denunciare i lati oscuri del capitalismo (come il neocolonialismo dei Benetton in Patagonia), per l’associazione Strada Bianca di Paolo Latini lo stesso concetto viene convertito in una via di promozione culturale interna al sistema, dove l’esaltazione della terra e della biodiversità rurale non serve a contestare il grande potere privato, ma viene ospitata, legittimata e celebrata proprio all’interno dei prestigiosi palazzi della Fondazione Benetton.

Ma, tornando al focus della precedente valutazione, cosa lega un immenso latifondo in Sudamerica alle infrastrutture autostradali italiane?

Il caso Patagonia: terra e rivendicazioni native

Nel corso degli anni novanta, il gruppo di Ponzano Veneto ha strutturato una massiccia presenza fondiaria in Argentina tramite la Compañía de Tierras del Sud Argentino. Con l’acquisizione di circa 900 mila ettari di terreno, la holding è diventata uno dei principali proprietari terrieri privati della regione, integrando i grandi pascoli ovini nella filiera della lana.

L’inchiesta di Zornetta e Camuffo documenta nel dettaglio le criticità nate da questa espansione:

  • Il nodo Mapuche: Le acquisizioni hanno incrociato le storiche rivendicazioni delle comunità native Mapuche, che considerano quelle aree territori ancestrali tutelati dal diritto internazionale.
  • Le tensioni sociali: Il saggio ripercorre le cronache di un aspro contenzioso caratterizzato da ordinanze di sfratto, recinzioni e contestate operazioni di ordine pubblico.
  • L’impatto culturale: Gli autori evidenziano le difficoltà delle comunità locali, escluse dall’accesso a fiumi e siti storici considerati sacri a causa della nuova perimetrazione delle proprietà private.

Dal Sudamerica all’Italia: il dibattito sulle concessioni pubbliche e la privatizzazione del 1999

L’analisi giornalistica ha spesso istituito un parallelo ideale tra le strategie industriali in Sudamerica e la svolta finanziaria avvenuta in Italia alla fine degli anni novanta. Nel 1999, prima dell’ingresso della famiglia Benetton (avvenuto tramite la holding Schemaventotto / Edizione con l’acquisto del 30% di Autostrade), la rete autostradale italiana era gestita direttamente dallo Stato tramite Autostrade S.p.A. (Gruppo IRI– Istituto per la Ricostruzione Industriale-di proprietà pubblica).

I vecchi caselli autostradali degli anni ’90 gestiti dalla rete stradale pubblica (ex IRI) ora sotto la gestione della holding privata della famiglia Benetton.

Nel 1999, attraverso la holding Atlantia (oggi Mundys), il gruppo è entrato nel settore delle grandi concessioni assumendo il controllo azionario di Autostrade per l’Italia (ASPI).

Questo modello di privatizzazione, basato sulla gestione di infrastrutture strategiche a fronte di flussi di cassa derivanti dai pedaggi, è divenuto oggetto di un severo scrutinio pubblico e politico a seguito della tragedia del 14 agosto 2018, quando il crollo del Ponte Morandi a Genova ha provocato la morte di 43 persone.

Lo stato dei procedimenti giudiziari

L’impianto accusatorio sollevato dalla Procura di Genova ha focalizzato l’attenzione sulle politiche di spesa della concessionaria. Nel luglio 2026, il processo penale di primo grado si è concluso con la condanna di 32 dei 57 imputati: tra i condannati figura l’ex amministratore delegato di ASPI e Atlantia, Giovanni Castellucci, a cui è stata inflitta una pena di 12 anni per reati colposi.

Le tesi della pubblica accusa hanno delineato l’ipotesi di gravi carenze manutentive volte alla massimizzazione dei dividendi societari. I legali delle difese hanno già annunciato ricorso in appello. Nel rispetto dell’ordinamento giuridico, vige il principio di non colpevolezza per tutti i soggetti coinvolti fino all’eventuale passaggio in giudicato delle sentenze.

Due scenari sotto la lente della critica

Il dibattito sollevato dalle inchieste offre una riflessione più ampia sulle dinamiche del capitalismo globale. Critici ed economisti tendono a ravvisare in entrambe le vicende il rischio di una medesima logica industriale: la massimizzazione del valore azionario nell’utilizzo di asset fondamentali – siano essi le risorse territoriali di una minoranza etnica o le reti di collegamento stradale di un Paese – che può entrare in frizione con le responsabilità sociali d’impresa e la tutela della collettività.

Anche i risvolti istituzionali presentano percorsi speculari, ma con un esito finanziario che ha sollevato forti polemiche in Italia. Se in Argentina le dinamiche fondiarie hanno a lungo seguito i quadri regolamentari locali, in Italia la vicenda si è chiusa sul piano societario nel 2022 con la cessione dell’88% di ASPI al consorzio guidato dalla pubblica Cassa Depositi e Prestiti (CDP) insieme ai fondi Blackstone e Macquarie, per un controvalore complessivo di oltre 8 miliardi di euro.

Questo accordo ha alimentato un acceso dibattito nell’opinione pubblica. Se da un lato ha sancito la formale e totale uscita azionaria dei Benetton dalla gestione diretta della rete stradale, dall’altro è stato duramente contestato da analisti e forze politiche. La critica principale riguarda il paradosso di una transazione che, anziché procedere con una revoca senza indennizzo, ha garantito alla holding della famiglia di Ponzano Veneto una maxi-liquidazione (pari a circa 2,4 miliardi di euro per la propria quota), permettendo al gruppo di uscire indenne dal rischio regolatorio e trasferendo nuovamente sullo Stato e sui contribuenti gli ingenti oneri finanziari per l’ammodernamento e la messa in sicurezza delle infrastrutture.

Dalle recinzioni della Patagonia ai pedaggi delle nostre autostrade, il filo conduttore sembra non spezzarsi mai: quando i beni fondamentali di una collettività diventano asset finanziari, il rischio è che a pagare il prezzo più alto siano sempre i territori, i diritti nativi e, in ultima istanza, i cittadini stessi.

Non si tratta di una coincidenza, ma di un’esatta continuazione storica: il filo rosso che unisce l’occupazione della Patagonia da parte dei Benetton e le mire del Plan Andinia – protette a breve distanza dalla fortezza militare inglese delle Falkland – risale direttamente ai progetti di spartizione della Seconda Guerra Mondiale, quando il destino dell’Italia venne segnato nell’ombra dai carteggi segreti con il Regno Unito di Churchill. Oggi, questo disegno globale di controllo territoriale ed economico si rigenera a tavolino attraverso l’asse politico tra Milei e Meloni, dimostrando che la svendita dei beni pubblici e la sottomissione dei popoli rispondono da sempre a un’unica regia oligarchica transatlantica.

Voi cosa ne pensate di questo modello industriale e del suo impatto sociale? Lasciate un commento qui sotto per aprire il dibattito e condividete questo articolo per accendere una luce su una storia che ci riguarda tutti da vicino.

Ad majora semper!

Gianna Binda